Cose da tenere di conto: le venti regole di Van Dine

Il caro Razza, commentando il mio post del 13 settembre ha citato una delle famose venti regole di Van Dine.
 
S. S. Van Dine è lo pseudonimo di Willard Huntington Wright (1888 – 1939), noto autore di gialli statunitense creatore del personaggio di Philo Vance.
I suoi romanzi sono gialli classici, basati sulla razionalità e sulla logica deduttiva e Van Dine ha scritto nel 1928 venti famose regole che dovrebbero essere seguite nello scrivere gialli.
 
Credo che nemmeno i dieci comandamenti siano stati infranti più volte delle regole di Van Dine e, ritengo, a ragione.
Non condivido al 100% quasi nessuna di queste regole e le riporto qui più che altro a titolo di curiosità storico-letteraria.
 
 
1. Il lettore deve avere le stesse possibilità del poliziotto di risolvere il mistero. Tutti gli indizi e le tracce debbono essere chiaramente elencati e descritti.
2. Non devono essere esercitati sul lettore altri sotterfugi e inganni oltre quelli che legittimamente il criminale mette in opera contro lo stesso investigatore.
3. Non ci deve essere una storia d’amore troppo interessante. Lo scopo è di condurre un criminale davanti alla Giustizia, non due innamorati all’altare.
4. Né l’investigatore né alcun altro dei poliziotti ufficiali deve mai risultare colpevole. Questo non è buon gioco: è come offrire a qualcuno un soldone lucido per un marengo; è una falsa testimonianza.
5. Il colpevole deve essere scoperto attraverso logiche deduzioni: non per caso, o coincidenza, o non motivata confessione. Risolvere un problema criminale a codesto modo è come spedire determinatamente il lettore sopra una falsa traccia, per dirgli poi che tenevate nascosto voi in una manica l’oggetto delle ricerche. Un autore che si comporti così è un semplice burlone di cattivo gusto.
6. In un romanzo poliziesco ci deve essere un poliziotto, e un poliziotto non è tale se non indaga e deduce. Il suo compito è quello di riunire gli indizi che possono condurre alla cattura di chi è colpevole del misfatto commesso nel capitolo I. Se il poliziotto non raggiunge il suo scopo attraverso un simile lavorìo non ha risolto veramente il problema, come non lo ha risolto lo scolaro che va a copiare nel testo di matematica il risultato finale del problema.
7. Ci deve essere almeno un morto in un romanzo poliziesco e più il morto è morto, meglio è. Nessun delitto minore dell’assassinio è sufficiente. Trecento pagine sono troppe per una colpa minore. Il dispendio di energie del lettore dev’essere remunerato!
8. Il problema del delitto deve essere risolto con metodi strettamente naturalistici. Apprendere la verità per mezzo di scritture medianiche, sedute spiritiche, la lettura del pensiero, suggestione e magie, è assolutamente proibito. Un lettore può gareggiare con un poliziotto che ricorre a metodi razionali: se deve competere anche con il mondo degli spiriti e con la metafisica, è battuto "ab initio".
9. Ci deve essere nel romanzo un poliziotto, un solo "deduttore", un solo "deus ex machina". Mettere in scena tre, quattro, o addirittura una banda di segugi per risolvere il problema significa non soltanto disperdere l’interesse, spezzare il filo della logica, ma anche attribuirsi un antipatico vantaggio sul lettore. Se c’è più di un poliziotto il lettore non sa più con chi stia gareggiando: sarebbe come farlo partecipare da solo a una corsa contro una staffetta.
10. Il colpevole deve essere una persona che ha avuto una parte più o meno importante nella storia, una persona, cioè, che sia divenuta familiare al lettore, e lo abbia interessato.
11. I servitori non devono essere, in genere, scelti come colpevoli: si prestano a soluzioni troppo facili. Il colpevole deve essere decisamente una persona di fiducia, uno di cui non si dovrebbe mai sospettare.
12. Ci deve essere un colpevole e uno soltanto, qualunque sia il numero dei delitti commessi. Il colpevole può aver naturalmente qualche complice o aiutante minore: ma l’intera responsabilità e l’intera indignazione del lettore devono gravare sopra un unico capro espiatorio.
13. Società segrete associazioni a delinquere "et similia" non trovano posto in un vero romanzo poliziesco. Un delitto interessante è irrimediabilmente sciupato da una colpa collegiale. Certo anche al colpevole deve essere concessa una "chance": ma accordargli addirittura una società segreta è troppo. Nessun delinquente di classe accetterebbe.
14. I metodi del delinquente e i sistemi di indagine devono essere razionali e scientifici. Vanno cioè senz’altro escluse la pseudo-scienza e le astuzie puramente fantastiche, alla maniera di Giulio Verne. Quando un autore ricorre a simili metodi può considerarsi evaso, dai limiti del romanzo poliziesco, negli incontrollati domini del romanzo d’avventure.
15. La soluzione del problema deve essere sempre evidente, ammesso che vi sia un lettore sufficientemente astuto per vederla subito. Se il lettore, dopo aver raggiunto il capitolo finale e la spiegazione, ripercorre il libro a ritroso, deve constatare che in un certo senso la soluzione stava davanti ai suoi occhi fin dall’inizio, che tutti gli indizi designavano il colpevole e che, s’egli fosse stato acuto come il poliziotto, avrebbe potuto risolvere il mistero da sé, senza leggere il libro sino alla fine. Il che – inutile dirlo – capita spesso al lettore ricco d’istruzione.
16. Un romanzo poliziesco non deve contenere descrizioni troppo diffuse, pezzi di bravura letteraria, analisi psicologiche troppo insistenti, presentazioni di "atmosfera": tutte cose che non hanno vitale importanza in un romanzo di indagine poliziesca. Esse rallentano l’azione, distraggono dallo scopo principale che è: porre un problema, analizzarlo, condurlo a una conclusione positiva. Si capisce che ci deve essere quel tanto di descrizione e di studio di carattere che è necessario per dar verosimiglianza alla narrazione.
17. Un delinquente di professione non deve mai essere preso come colpevole in un romanzo poliziesco. I delitti dei banditi riguardano la polizia, non gli scrittori e i brillanti investigatori dilettanti. Un delitto veramente affascinante non può essere commesso che da un personaggio molto pio, o da una zitellona nota per le sue opere di beneficenza.
18. Il delitto, in un romanzo poliziesco, non deve mai essere avvenuto per accidente: né deve scoprirsi che si tratta di suicidio. Terminare una odissea di indagini con una soluzione così irrisoria significa truffare bellamente il fiducioso e gentile lettore.
19. I delitti nei romanzi polizieschi devono essere provocati da motivi puramente personali. Congiure internazionali ecc. appartengono a un altro genere narrativo. Una storia poliziesca deve riflettere le esperienze quotidiane del lettore, costituisce una valvola di sicurezza delle sue stesse emozioni.
20. Ed ecco infine, per concludere degnamente questo "credo", una serie di espedienti che nessuno scrittore poliziesco che si rispetti vorrà più impiegare; perché già troppo usati e ormai familiari a ogni amatore di libri polizieschi. Valersene ancora è come confessare inettitudine e mancanza di originalità:
a) scoprire il colpevole grazie al confronto di un mozzicone di sigaretta lasciata sul luogo del delitto con le sigarette fumate da uno dei sospettati;
b) il trucco della seduta spiritica contraffatta che atterrisca il colpevole e lo induce a tradirsi;
c) impronte digitali falsificate;
d) alibi creato grazie a un fantoccio;
e) cane che non abbaia e quindi rivela il fatto che il colpevole è uno della famiglia;
f) il colpevole è un gemello, oppure un parente sosia di una persona sospetta, ma innocente;
g) siringhe ipodermiche e bevande soporifere;
h) delitto commesso in una stanza chiusa, dopo che la polizia vi ha già fatto il suo ingresso;
i) associazioni di parole che rivelano la colpa;
l) alfabeti convenzionali che il poliziotto decifra.
.
Tratto da "Guida al giallo" di R. Di Vanni – F. Fossati, Ed. Gammalibri 1980
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Info Sergio Calamandrei
Scrivo: vedi www.calamandrei.it Ho pubblicato due romanzi, un saggio e vari racconti che nel complesso formano il Progetto SESSO MOTORE ( www.calamandrei.it/sessomotore.htm ). Oltre a ciò, vari altri racconti. scrivere@calamandrei.it

9 Responses to Cose da tenere di conto: le venti regole di Van Dine

  1. akio says:

    bellissimo! non lo conoscevo! lo linko presto su avideospento
    ps. la conoscenza profonda di woody allen determina una sua prevedibilità. ma una delle sue caratteriste è proprio la ridondanza (ossessiva?) e pure ohgni volta con accenti, sfumature e trovate (linguistiche e di scrittura nel caso di pura anarchia ce ne sono). concordo che però in molti casi è come assaporare un cibo di cui sai perfettamente gli ingredienti, il livello di condimento, la cottura eppure ne fai lo stesso indigestione.

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  2. akio says:

    bellissimo! non lo conoscevo! lo linko presto su avideospento
    ps. la conoscenza profonda di woody allen determina una sua prevedibilità. ma una delle sue caratteriste è proprio la ridondanza (ossessiva?) e pure ohgni volta con accenti, sfumature e trovate (linguistiche e di scrittura nel caso di pura anarchia ce ne sono). concordo che però in molti casi è come assaporare un cibo di cui sai perfettamente gli ingredienti, il livello di condimento, la cottura eppure ne fai lo stesso indigestione.

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  3. akio says:

    si avvicina il momento dell’unico peccato….

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  4. razza75 says:

    Grazie di averle postate, erano anni che non le rileggevo, e non le ricordavo tutte.
    Anche io non le condivido tutte, ma alcune decisamente sì.
    Credo per esempio che in un buon giallo il lettore debba avere la possibilità di scoprire il colpevole. Non che debba essere semplice, ci mancherebbe! Ma, tornando indietro, deve accorgersi che, in effetti, la soluzione gli era stata fornita, se avesse saputo vederla.
    Per questo il colpevole non può essere un “deus ex machina”, o un personaggio mai visto prima, come accade in alcuni (scadenti) film.
    Inoltre, se anche entrano elementi soprannaturali (io qui non sono rigoroso come Van Dine), devono avere una loro logica interna. Che magari non è la logica del mondo concreto, ma deve essere coerente con se stessa.
    Sono infine d’accordo con la regola di cui ti parlavo l’altro giorno: un giallo è veramente interessante se c’è almeno un omicidio.

    Sulle altre, invece, si può discutere. 😉

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  5. razza75 says:

    Grazie di averle postate, erano anni che non le rileggevo, e non le ricordavo tutte.
    Anche io non le condivido tutte, ma alcune decisamente sì.
    Credo per esempio che in un buon giallo il lettore debba avere la possibilità di scoprire il colpevole. Non che debba essere semplice, ci mancherebbe! Ma, tornando indietro, deve accorgersi che, in effetti, la soluzione gli era stata fornita, se avesse saputo vederla.
    Per questo il colpevole non può essere un “deus ex machina”, o un personaggio mai visto prima, come accade in alcuni (scadenti) film.
    Inoltre, se anche entrano elementi soprannaturali (io qui non sono rigoroso come Van Dine), devono avere una loro logica interna. Che magari non è la logica del mondo concreto, ma deve essere coerente con se stessa.
    Sono infine d’accordo con la regola di cui ti parlavo l’altro giorno: un giallo è veramente interessante se c’è almeno un omicidio.

    Sulle altre, invece, si può discutere. 😉

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  6. scriverecala says:

    Secondo me le regole 1, 5, 8 e 10 sono valide, anche se qualche giallo non rispetta neanche queste.
    Altre sono superate, altre ancora sarebbero teoricamente valide ma nella prassi spesso non seguite (la 15, ad esempio), dando comunque luogo a romanzi interessanti.

    Votate le vostre regole, se volete.

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  7. scriverecala says:

    Secondo me le regole 1, 5, 8 e 10 sono valide, anche se qualche giallo non rispetta neanche queste.
    Altre sono superate, altre ancora sarebbero teoricamente valide ma nella prassi spesso non seguite (la 15, ad esempio), dando comunque luogo a romanzi interessanti.

    Votate le vostre regole, se volete.

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  8. katiuccia says:

    Oh, le regoel di Van Dine.
    La 1 è sacrosanta, ed io che non una lettrice pigra vado poi sempre a controllare. La 3 nei gialli della Christie (che amo, lo sai…) è soavemente rispettata, e a volte si deve scoprire oltre all’assassino, quale è la donna o l’uomo “giusto”, giallor “rosa” nel giallo.
    La 7 è ugualmente sacrosanta. Poi normalmente se qualcuno si “ferisce” solamente (o non muore per bene…) io inizio a sospettare di lui. Ugualmente la 11, meglio se il servitore è il classico “idiota”. E devo dire che amo i polizieschi che rispettano la 17ma regola… Baci Sergio
    P.S. Hai amato L’enigma dell’Alfiere?

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  9. katiuccia says:

    Oh, le regoel di Van Dine.
    La 1 è sacrosanta, ed io che non una lettrice pigra vado poi sempre a controllare. La 3 nei gialli della Christie (che amo, lo sai…) è soavemente rispettata, e a volte si deve scoprire oltre all’assassino, quale è la donna o l’uomo “giusto”, giallor “rosa” nel giallo.
    La 7 è ugualmente sacrosanta. Poi normalmente se qualcuno si “ferisce” solamente (o non muore per bene…) io inizio a sospettare di lui. Ugualmente la 11, meglio se il servitore è il classico “idiota”. E devo dire che amo i polizieschi che rispettano la 17ma regola… Baci Sergio
    P.S. Hai amato L’enigma dell’Alfiere?

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